Another brick in the wall

Novembre 10, 2009 di Frenk

09.11.1989 | 09.11.2009

“Tu non c’eri. Non avevamo ancora avuto il coraggio di pensarti. Sapevamo che farlo avrebbe significato condannarti alla prigione.Lì, con noi.
E avevamo paura. Quella paura di chi si infila per strada nei cortei, attento a urlare, ma non troppo. La paura di chi ha imparato negli anni a riconoscere un Giuda silenzioso e infagottato nel suo cappotto da 30 denari. Tu non c’eri quando ci rubavano il presente vendendoci un futuro glorioso e fiorente. Tu non lo sai cosa vuol dire battere le mani a comando, sorridere a comando, subire a comando e a comando far del male. Tuo padre e io non ti volevamo perché eri pericoloso. Come un pensiero di libertà, di fiducia, d’amore.
Tu non c’eri in quel labirinto dove noi ci sentivamo Icaro e guardavamo con speranza e sospetto Dedalo. Tu non c’eri mentre noi morivamo pian piano perché non abbiamo voluto che il filo spinato ti penetrasse nella carne, nei sentimenti, nei pensieri. Tu non hai visto quelli che sono partiti per non arrivare mai. Quelli che sono rimasti lì, ai piedi di quel muro, anche se li hanno portati via subito. Non c’eri in quei tunnel, in quei bauli, in quelle valigie, in quei palloni aerostatici cuciti a mano, sotto quelle auto a due centimetri dall’asfalto. Tu non lo sai che un annuncio funebre può essere un atto rivoluzionario.

Berlin_wall_by_Ali_photos
Tu non sai per quale motivo chi sogna di scappare muore aspettando, ma chi scappa per un sogno muore vivendo. Non lo sai. Non lo puoi sapere. Non c’eri. C’eravamo noi. Noi che non avevamo scelto di essere là, perché ci aveva scelti la Storia. Noi che non ti pensavamo neanche, per non farti male, per non farti schedare e obbligarti a tradire, a servire, ubbidire. Tu che sei così vivace, che ridi, che ti arrabbi e contesti. Tu che sei sincero. Tu che non hai bisogno di 30 denari. C’eravamo noi e c’eravamo in tanti, là, quella sera, perché tanti, troppi, non c’erano più. Era giovedì. Oggi, vent’anni fa. Quella notte abbiamo urlato più forte, strozzato lo strozzo della paura, guardato negli occhi chi aveva l’ordine di ammazzarci. E lui non ha urlato di fermarci, di alzare le mani, di tacere. Non ci ha sparato, non ci ha randellato. Ha chiuso gli idranti. Fermato i cingoli. Davanti a noi un fucile, dietro un soldato. Dentro, dopo 28 anni, un uomo. Ci ha sorriso. Ci ha aperto la porta sul mondo. E noi siamo usciti a respirare.

BERLIN___BERLINER_MAUER_by_Morween
E oggi sei qui e fra nove mesi compirai vent’anni, ma per noi la tua festa è adesso. E io ti regalo questa storia che non conosci e non puoi capire, perché tu non c’eri. E ti chiedo di difenderla. Difendila non perché è la storia del mio passato, ma perché è il lasciapassare per il tuo futuro”.

Pseudo-racconto di una madre testimone oculare al figlio oggi ventenne.

Pensieri, parole, opere… ed ossessioni

Novembre 4, 2009 di Frenk

45744609be5c7460750044e8367450edNulla succede per caso.
Su tempo e casualità, ci hanno perso tempo (appunto) filosofi, storici, psicologi, poeti, cantautori, registi cinematografici, giovani e vecchi seduti ai tavolini di un bar davanti ad una bottiglia di rosso, fumando una sigaretta (quando si poteva), o mentre si aspettava il proprio turno a biliardo. Ogni evento acquista un senso dal momento in cui sentiamo il bisogno di attribuirgliene uno, di attribuirgli una storia.

In questo periodo di latitanza dal blog sono stato al mare (chiaramente solo qualche giorno, purtroppo), un mare che non ha diviso, ma che ha unito più che mai. Abbiamo condiviso la nascita di una bambina (sì, sì, Maria Sole, parliamo proprio di te) e l’annuncio di un bimbo che presto nascerà. Abbiamo cominciato a correre con calma adattando il proprio passo a quello dell’altro, senza cronometro in mano, ma con il solo desiderio di arrivare fino in fondo insieme. C’è chi sta cambiando casa, chi ne ha già cambiate molte e che molto presto ne avrà una tutta sua. C’è chi lascerà la casa dove ha sempre vissuto per promettere “finchè morte non ci separi” e vivere sotto un nuovo tetto con la propria persona. C’è chi tra andarsene per un lavoro sicuro e restare, ha deciso di restare e c’è chi invece ha deciso di andarsene per un po’ dalla sua famiglia, casa, amici, passato, ed andare a vivere lontano… ma non troppo.

Ciascun protagonista di questo teatro di esperienze sono sicuro che è stato a pensare e fissare, almeno per qualche secondo, il soffitto della propria camera da letto di notte, un paesaggio scorrere veloce fuori dal finestrino di un treno, il tracciato di un ecografia, la strada che corre sotto i piedi, il volto di una bimba che dorme, il nastro adesivo sugli scatoloni, il prospetto del mutuo, le nuove condizioni di lavoro, la conferma del biglietto per il volo in Germania, interrogandosi sul futuro e di come potrebbe essere alla luce di queste scelte di vita e di queste esperienze. Immaginare il futuro serve ad attutire i colpi, è la dimora delle paure più profonde, delle ossessioni più ricorrenti, e delle speranze più folli. Per questo motivo agiamo e ce lo costruiamo… non è un caso, ma un bisogno, una necessità. È quella vocina che ci chiede di vivere, di non avere rimpianti.
C’è solo una cosa da fare: ascoltarla. Allora il futuro avrà le sembianze di una casa, di un contratto di lavoro, di una nuova partenza o di un nuovo ritorno, di un bambino, di un abito bianco, di un anello, delle facce dei vecchi amici, o di lunghi capelli castano scuro e un paio di occhi verdi.

The best shadow of my life

Agosto 6, 2009 di Frenk

Tutte le persone che conosco hanno un ombra.
Io ho avuto un ombra. Non sto a tirarvi fuori la storia dell’archetipo junghiano dell’Ombra e compagnia bella. Non parliamo delle ombre che ci spaventavano da bambini. Questa volta si parla di quell’ombra che racchiude paure e dubbi. A volte fingiamo a noi stessi che quell’ombra non ci sia. Corriamo e ci guardiamo indietro, sperando di averla seminata, che l’ombra si stanchi e che rinunci alla caccia… è difficile sfuggire alla propria ombra. Ci sforziamo di far luce, ma più facciamo chiarezza e più si amplifica l’ombra.
Quindi… l’unico modo per liberarsi di un’ombra è spegnere la luce e restare un po’ al buio.
Per quello che so, per quello che ho imparato, la luce torna sempre. Fidatevi ;-)

Per quanto mi riguarda invece “… la sua vita fino a quel momento non era stata altro che un prologo, una sorta di allenamento, e che finalmente cominciava a essere.”
Grazie per avermelo ricordato :-)

Buone vacanze. Io vado all’arrembaggio dell’Isola del Giglio… avanti CiurmA!

Machu Picchu is a friend of mine

Luglio 31, 2009 di Frenk

DSC_0181… dice il Lorenzo Jovanotti. Ora è anche un po’ più mio amico :-) Ci siamo, incontrati, conosciuti e piaciuti.
Quando si cerca un’immagine che sintetizzi l’America Latina, Machu Picchu è di solito la prima che viene in mente insieme alle brasiliane di Rio ;-)
In televisione da Licia Colò, sui depliant, sulle confezioni di caffè MP è diventato sinonimo di civiltà perdute, brivido della scoperta, viaggi esotici e mistero. Al tempo stesso MP è accessibile: centinaia di migliaia di turisti la visitano ogni anno. Panorama da cartolina, fascino magnetico, luogo delle infinite controversie. Altrettanto emozionante è il percorso che ti porta in cima. Attraverso il secolare Cammino Inca che si dipana dalla valle Sacra, vicino ad Ollantaytambo ed il fiume Urubamba. Per la descrizione di questo percorso guardate le immagini del pellegrino ErMo!
Il percorso più semplice seguito dal sottoscritto è quello di raggiungere da Cuzco il paese di Ollantytambo con un autobus. Da qui un treno vi condurrà alle pendici di Machu Picchu, al paese di Agua Caliente, seguendo il corso del fiume Urubamba. Da Agua  Caliente si può prendere un altro autobus che in 20 minuti vi porta in cima, oppure fare il percorso a piedi (un’oretta circa).

Come

Colombia: Snapshots @ work

Luglio 17, 2009 di Frenk

DSC_0178Come promesso, ecco un piccolo flashback con alcune foto scattate a Bogotà.
Sappiate che ogni foto mi è quasi costata un “rischio rapina” ;-)
Questo è il link della nuova Gallery che trovate tuttavia anche in spalla.
Passo a Flickr… molto più performante.

Perù… muy impactante

Luglio 10, 2009 di Frenk

DSC_0107Proprio un anno fa, in questi giorni, mi mettevo alla prova con il canyoning e l’hydrospeed in Trentino. Un anno dopo c’è il Perù (ok, anche qualcun altra che prima non c’era :-P ).
Lascio la Colombia dopo 12 controlli aeroportuali (tra cui 7 perquise, di cui due con cani anti-droga) per volare a Cuzco dopo uno scalo tecnico a Lima e dopo aver compilato diversi moduli dichiarando di non aver avuto nessun sintomo influenzale da ricondurre alla suina (!!!). L’atterraggio a Cuzco (3600 mt di altitudine) non mi crea particolari scompensi da mal di quota, ma mi prendo comunque un paio d’ore di descanso prima di visitare il paese.
Cuzco è  il luogo che ogni Inca cercava di visitare alemeno una volta nella vita. Ombelico del mondo, fiore all’occhiello delle colonie spagnole, “capitale degli stranieri” dell’America Latina, Cuzco è tutto questo e di più. 

Sorgendo all’inizio della Valle Sacra è il punto di partenza del Cammino Inca e Machu Picchu (… seguite le orme lasciate da Ermo The LonelyWolf).
Alle 18.30 c’è già buio. Entro in un supermercato a fare della spesa per la colazione di domani mattina visto che ci sveglieremo alle 3.30 per dirigerci a Machu Picchu; mi prendo un succo d’arancia, biscotti Oreo, merendina al mou, mate di coca. Per scaldarsi ci vorrebbe altro… ma è a più di 10.000 Km di distanzaaa!
Anyway… il prossimo post avrà un sapore quechua.

Hanno sparato a Pablo… Pablo è vivo

Giugno 29, 2009 di Frenk

 

Fondazione F. Botero

Fondazione F. Botero

Come volevasi dimostrare, il giorno dopo la Colombia, o quanto meno Bogotà, mostra il suo lato morbido e accogliente che stride con la massiccia presenza di militari, esercito e polizia varia ad ogni angolo della strada. Se è vero che non si gira più con i giubbotti anti-proiettile come 10 anni fa, c’è da dire la gente si è evoluta: esiste un famosissimo sarto che confeziona vestiti su misura con tessuti anti-proiettile ed anti-coltello.
Se vi capita di passare di qua ricordatevi di non portare mai con voi un portatile, perché ad ogni check-point dovete indicare il numero di serie (!!!).
Sembra che la città e soprattutto le nuove generazioni vogliano scrollarsi di dosso il marchio di narcotrafficanti del globo promuovendo la grande quantità di prodotti che nascono dalle foglie di coca.
Cammina cammina tra le vie della Candelaria e del quartiere degli intagliatori di smeraldi (ma guarda, il colore verde sembra non volermi abbandonare mai…) con la musica di Shakira di sottofondo, alternata ai classici di Michal Jackson, tra venditori di accese di accendino e di minuti di chiamate ai cellulari, si arriva all Fondazione Botero (il Museo Botero si trova invece a Medellin). La Fondazione è in un bellissimo stabile coloniale che ospita anche una biblioteca e una mostra su Andy Warhol.
La cosa che più mi ha sorpreso di Botero, insieme alla sua ironia a 360°… persino sulla morte del figlio di 8 anni, è che trascorre la maggior parte dell’anno in Italia, a Pietrasanta. Beh?!? Direbbe qualcuno, io non lo sapevo.
Fotografare qui è un bel casino. Ogni volta che tiri fuori la macchina fotografica diventi un bersaglio di borseggiatori e gente che ti chiede spiccioli.
Quindi, foto poche, ma buone che una volta tornato caricherò sulla Gallery.
Prossima tappa: Cuzco, Perù.

Que viva Colombia!

Giugno 26, 2009 di Frenk

La Candelaria11.00 ore di volo. Classe turistica. Famiglie sudamericane. Bambini che piangono. Musica hip-hop latina.
Scendo dall’aereo abbastanza ribaltato.
L’altimetro del mio orologio segna 2.600 mt di altitudine… sento l’aria rarefatta… devo essere in Colombia.
Scendo dall’aereo, perquisa del bagaglio a mano: devo essere in Colombia.
Arrivo al desk dell’immigrazione “chi sei, che lavoro fai, dove dormi, quanto ti fermi”, potrei essere anche negli USA, se non fosse che l’ispettore che mi fa le domande ha anche un mitra al collo: devo essere in Colombia.
Vado al ritiro bagagli trovo la valigia ammucchiata insieme ad altre in un angolo dimenticato da Dio: devo essere in Colombia.
Ci vengono a prendere con un pickup che in una mezz’oretta ci porta la nostro albergo. Le strade di periferia sono un ammasso di grattecieli che sembrano poggiarsi su baracche e garage i cui muri riportano qualche foro di proiettile, ma soprattutto un sacco di murales raffiguranti el majicho… Pablo Escobar: sono decisamente in Colombia. Il pickup si ferma nel traffico congestionato proprio davanti ad uno di questi murales con Pablo. Tirare fuori la macchina fotografica sembra uno sforzo immane e mi viene il fiatone per la carenza di ossigeno a cui il corpo non si è ancora abituato. Il conducente mi dice di rimetterla via: in questa zona della città potremmo diventare bersaglio di ladrones se mi vedono con una Nikon D90. Mmmm meglio riporre il ferro.
Arriviamo nella zona più antica e coloniale di Bogotà, La Candelaria. Il nostro albergo è una vecchia casa colonica su tre piani. La Polizia Nazionale presiede l’ingresso e al nostro passare si mette sull’attenti (!!!). Alla reception, una donna in divisa ci accoglie con un “Bienvenido in Bogotà” .
Mi scappa un “sti ca**i!!”.
Ragazzi che impatto! Qualcuno di voi avrà sicuramente viaggiato più di me, ma questo impatto con la capitale mondiale della cocaina, credo che me lo ricorderò. Salgo in camera, mi sbatto sul letto e guardo il mio passaporto: timbro dello Stato di Jamaica; timbro della Repubblica Colombiana. I due maggiori produttori mondiali di droga… cacchio sembra il passaporto di un narcotrafficante ;-)

Non capisco più che giorno è e che ore sono. Decido di fare due passi in zona per acclimatarmi, mangiare una sopita con patate e delle salciccie, bere una birretta e poi di corsa a letto, schiavo del jetlag.

Sono sicuro che Bogotà mi ha già mostrato il suo lato più cattivo. Credo che sia una forma di difesa messa in atto da un popolo che per generazioni ha subito le oppressioni dei conquistatori spagnoli, dei missionari cattolici nel periodo della “conversione-forzata”, delle diverse dittature ed oppressioni militari.

Voglio andare a letto e dormire. Svegliarmi domani mattina e scoprire la città dalle forme e atmosfere morbide dei quadri di Botero.
Sono sotto l’equatore. Guardo un foto. Guardo fuori dalla finestra. Lassù, sopra l’equatore qualcuno si sta già svegliando :-)

A+R

Giugno 22, 2009 di Frenk

Rieccomi a parlare di viaggi. Rieccomi in viaggio. Un anno fa, in questo periodo, ero a Madrid. Oggi le miglia si allungano, ma si continua a parlare spagnolo: me ne vado in Colombia. La mia prima volta in America Latina. In questa giornata pre-partenza, come ogni volta, mi viene il mal di testa. È un mal di testa strano, diverso dai soliti, sembra che faccia già parte del viaggio. Il mio corpo espelle un po’ di ansia che accumulo ogni volta, prima della partenza. E’ stato per gli USA, lo è stato lo scorso anno per Santiago e lo è anche stavolta, nonostante stia via solo 10 giorni.
Lo scorso anno partivo portandomi tatuata nell’anima la frase “partire, per perdersi e ritrovarsi”, o come dice Irene Grandi (che non sarà Chatwin, ma rende comunque l’idea…) “…portare con sé la voglia di non tornare più”.
Questa volta si parte con la voglia di tornare. È bello avere qualcuno che ti aspetta. È bello sapere che c’è qualcuno che ti aspetta… anche se so che non è facile aspettare, si soffre sempre un po’. Alzi la mano chi non ha mai aspettato, qualcuno che tornasse o qualcuno che arrivasse per la prima volta.
Parto per essere una spugna. Assorbire colori, profumi, sapori e tante tante immagini da poter regalare al mio ritorno. Un viaggio è tale solo se condiviso.
Le storie da raccontare perdono valore se non si ha qualcuno a cui raccontarle.
Beh, io finalmente ho la Persona a cui raccontarle… perché le sa ascoltare… 
tic…tac…tic…tac… ;-)
G

Che c’è nello zaino

Giugno 7, 2009 di Frenk

FocamonacaChiavi di casa, agenda, iPod, Mac, riduttore VGA del Mac, occhiali da sole, caramelle, quadernetto da pasticciare, penne colorate e un libro. Con la riduzione del pendolarismo e lo sfidare l’urbanistica milanese in bici, sto sicuramente leggendo meno. Il libro che ho nello zaino è tuttavia un piacevole romanzo estivo: ‘Mia sorella è una Foca Monaca’ di Christian Frascella.
Il sedicenne protagonista di questo libro è convinto di picchiare forte, ma viene steso in due secondi nel cortile della scuola; non va in moto; fa lo sbruffone ma con le ragazze è totalmente imbranato… per una volta non sto parlando di me ;-)

Periferia di Torino; mentre gli anni Ottanta volgono al termine, il nostro ragazzo colleziona lividi esterni e soprattutto interni, eppure continua ostinato a lanciare il suo guanto di sfida alla vita. Del resto bisogna tener duro: non è facile vedersela con suo padre – “Il Capo” – un quasi alcolista che passa tutto il tempo stravaccato sull’amaca, ad affibbiare punizioni da telefilm americano. Ed è snervante vivere accanto alla “Foca Monaca”, la sorella triste e timorata di Dio. Quanto alla madre, è scappata col tizio della stazione di servizio, e ormai si può star certi che «starà passando il tempo a farsi fare il pieno dal benzinaio». Non piange mai, il protagonista di questa storia. Piuttosto stringe i pugni, sbuffa e s’affanna, ripetendo a se stesso di essere il più in gamba, anche se la vita gliele dà ogni giorno di santa ragione; anche se le prende perfino da Chiara, la ragazza di cui s’innamora: bella, sveglia, inaccessibile a sfigati come lui  (cvd).

Il Muro di Berlino che crolla e un divertente gioco di riferimenti pop e telefilmici fanno da sfondo a questo romanzo, un Jack Frusciante da periferia che strappa il sorriso a ogni pagina, illuminato da una scrittura esilarante ma a tratti dolente, insieme cinica e romantica come il suo protagonista, che s’inserisce a buon titolo nella nobile tradizione dei perdenti di talento, come Il giovane Holden o i personaggi di John Fante.