09.11.1989 | 09.11.2009
“Tu non c’eri. Non avevamo ancora avuto il coraggio di pensarti. Sapevamo che farlo avrebbe significato condannarti alla prigione.Lì, con noi.
E avevamo paura. Quella paura di chi si infila per strada nei cortei, attento a urlare, ma non troppo. La paura di chi ha imparato negli anni a riconoscere un Giuda silenzioso e infagottato nel suo cappotto da 30 denari. Tu non c’eri quando ci rubavano il presente vendendoci un futuro glorioso e fiorente. Tu non lo sai cosa vuol dire battere le mani a comando, sorridere a comando, subire a comando e a comando far del male. Tuo padre e io non ti volevamo perché eri pericoloso. Come un pensiero di libertà, di fiducia, d’amore.
Tu non c’eri in quel labirinto dove noi ci sentivamo Icaro e guardavamo con speranza e sospetto Dedalo. Tu non c’eri mentre noi morivamo pian piano perché non abbiamo voluto che il filo spinato ti penetrasse nella carne, nei sentimenti, nei pensieri. Tu non hai visto quelli che sono partiti per non arrivare mai. Quelli che sono rimasti lì, ai piedi di quel muro, anche se li hanno portati via subito. Non c’eri in quei tunnel, in quei bauli, in quelle valigie, in quei palloni aerostatici cuciti a mano, sotto quelle auto a due centimetri dall’asfalto. Tu non lo sai che un annuncio funebre può essere un atto rivoluzionario.

Tu non sai per quale motivo chi sogna di scappare muore aspettando, ma chi scappa per un sogno muore vivendo. Non lo sai. Non lo puoi sapere. Non c’eri. C’eravamo noi. Noi che non avevamo scelto di essere là, perché ci aveva scelti la Storia. Noi che non ti pensavamo neanche, per non farti male, per non farti schedare e obbligarti a tradire, a servire, ubbidire. Tu che sei così vivace, che ridi, che ti arrabbi e contesti. Tu che sei sincero. Tu che non hai bisogno di 30 denari. C’eravamo noi e c’eravamo in tanti, là, quella sera, perché tanti, troppi, non c’erano più. Era giovedì. Oggi, vent’anni fa. Quella notte abbiamo urlato più forte, strozzato lo strozzo della paura, guardato negli occhi chi aveva l’ordine di ammazzarci. E lui non ha urlato di fermarci, di alzare le mani, di tacere. Non ci ha sparato, non ci ha randellato. Ha chiuso gli idranti. Fermato i cingoli. Davanti a noi un fucile, dietro un soldato. Dentro, dopo 28 anni, un uomo. Ci ha sorriso. Ci ha aperto la porta sul mondo. E noi siamo usciti a respirare.

E oggi sei qui e fra nove mesi compirai vent’anni, ma per noi la tua festa è adesso. E io ti regalo questa storia che non conosci e non puoi capire, perché tu non c’eri. E ti chiedo di difenderla. Difendila non perché è la storia del mio passato, ma perché è il lasciapassare per il tuo futuro”.
Pseudo-racconto di una madre testimone oculare al figlio oggi ventenne.
Nulla succede per caso.
… dice il Lorenzo Jovanotti. Ora è anche un po’ più mio amico
Come promesso, ecco un piccolo flashback con alcune foto scattate a Bogotà.
Proprio un anno fa, in questi giorni, mi mettevo alla prova con il canyoning e l’hydrospeed in Trentino. Un anno dopo c’è il Perù (ok, anche qualcun altra che prima non c’era 
11.00 ore di volo. Classe turistica. Famiglie sudamericane. Bambini che piangono. Musica hip-hop latina.
Chiavi di casa, agenda, iPod, Mac, riduttore VGA del Mac, occhiali da sole, caramelle, quadernetto da pasticciare, penne colorate e un libro. Con la riduzione del pendolarismo e lo sfidare l’urbanistica milanese in bici, sto sicuramente leggendo meno. Il libro che ho nello zaino è tuttavia un piacevole romanzo estivo: ‘Mia sorella è una Foca Monaca’ di Christian Frascella.

